Nuovi mercati per chi fa il “vino vivo”: la sfida di Mamojà riparte dall’estero

Il programma dell’associazione di produttori di Mamoiada. L’invito degli esperti: non chiudetevi in voi stessi, esportate .

MAMOIADA. C’è un piccolo tesoro nelle colline tra la Barbagia e il Gennargentu, attorno ai 700 metri d’altezza, che sta dando i suoi frutti ma potrebbe offrire molto di più. È tutto in poco più di 300 ettari di vigne, sparse qua e là, in particolare nella parte del territorio che guarda all’agro di Orgosolo. Il miglior cannonau della Sardegna, e uno dei migliori “grenache” del mondo, viene prodotto qua. Parola di esperti come Dario Cappelloni e Maurizio Valeriani, firme di punta delle guide e delle riviste più note di enologia, chiamati a Mamoiada per battezzare il nuovo corso di Mamojà, l’associazione di viticoltori fondata nel 2015 che si ripresenta alla sfida dei mercati con un direttivo rinnovato. Un gesto di cortesia, da parte di due ambasciatori del bere bene, ma anche l’invito a guardare al futuro con più coraggio, osando. «Avete fatto passi da gigante in questi anni – dice Cappelloni – ma così rischiate di inchiodarvi. Non dovete avere paura delle influenze esterne, ma sollecitarle. Avete i vostri enologi, ma ne serve uno solo per Mamojà. E dovete pensare che il vostro mercato non è la Sardegna, e neppure l’Italia, ma l’estero». Uno sguardo proiettato nel futuro, insomma, lontano soprattutto dalle lusinghe della grande distribuzione. Valeriani loda l’esempio di associazionismo probabilmente unico (Mamojà ha 70 soci e comprende 17 cantine – quasi tutti i produttori di Mamoiada, con alcune eccezioni per nulla trascurabili come la Cantina Puggioni), ma invita ad andare avanti, dotarsi di un disciplinare (che tarda ad arrivare, ma è quasi pronto assicura il presidente Franco Cadinu) che corregga i difetti del vino, anche quelli della “tradizione”. «A Mamoiada i cambiamenti climatici hanno prodotto effetti positivi – dice – creando un vino eccezionale».

Il sindaco Luciano Barone è orgoglioso di questo primato ma soprattutto del fenomeno che ha generato: nuove opportunità di lavoro per i giovani, dando vita dal 2009 in poi a un effetto contrario rispetto all’interno dell’isola. «I ragazzi vogliono vivere a Mamoiada, così come stanno tornando quelli più grandi che erano andati via». Così nascono nuove cantine, o startup legate all’agroalimentare e al turismo enogastronomico. Proprio due giorni fa ha aperto un ristopub dove il cannonau regna sovrano, fra qualche mese lo chef Mauro Ladu, esperienze di lavoro all’estero in locali stellati, aprirà il suo. «La viticoltura era un hobby marginalizzato – dice Barone – oggi crea occupazione e richiede formazione».

Così, dallo spontaneismo del passato (ma neppure tanto: i vinzaresos di Mamoiada sono sempre stati tra i più apprezzati), si è passati a un settore pulsante dell’economia che dà lavoro ad alcune centinaia di persone, per un fatturato di tre milioni. «Ma si può fare molto di più», dice Fabrizio Ragnedda, l’inventore del fenomeno Capichera, la cui cantina da sola fattura quanto tutta Mamoiada. «Osate, fate pagare di più i vostri vini. Avrete successo», dice il viticoltore gallurese. Francesco Sedilesu, colui che ha aperto la strada vent’anni fa assieme a pochi altri, dice che il segretoè continuare a produrre nel segno della tradizione ma senza forzature (si capisce che a Mamoiada, anzi a Mamojà, su questo c’è un discreto dibattito), nel resistere alle lusinghe del mercato globale. Un discorso ecologista, il suo: il segreto, dice, è fare «un vino vivo».

Fonte: La Nuova Sardegna