Il rosso diverso di Mamoiada

Il paese barbaricino si scopre terroir d’elezione del Cannonau

Terroir Mamoiada. Un mese fa a Bologna una locandina prometteva emozioni imperdibili, e ai non francofoni o esperti in materia l’abbinamento di quelle due parole – stampate in maiuscolo con un font in stile B-movie anni ’70 su uno sfondo rosso sangue, alla Tarantino insomma – poteva suggerire a primo acchito una serata nel segno del noir, dedicata alla stagione di morti ammazzati che rese tragicamente famoso in tutta Italia il paese barbaricino. Né aiutava appunto l’assonanza di terroir (territorio) con un’altra parola francese, terreur (terrore). Poche settimane prima l’evento si era svolto a Piacenza, e in precedenza a Roma, e ovunque l’accoglienza era stata tale da suggerire infinite repliche. La buona notizia è che l’unico fluido di colore rosso scorso copioso in queste affollatissime serate è il cannonau di Mamoiada, uno dei vini più celebrati negli ultimi anni in Sardegna e a quanto pare in Italia, con numerosi avvistamenti all’estero, dove gareggia con altri blasonati grenache (il vitigno è lo stesso). 

La sorpresa

Mamoiada si scopre a sorpresa – ma neppure tanto, perché dietro ci sono anni di lavoro e di impegno di un intero paese – terroir d’elezione di un vino, appunto il Cannonau, che sta vivendo un momento di straordinario successo. Dove per terroir, più che la traduzione letterale territorio, si intende, per dirla con Wikipedia, «un’area ben delimitata dove le condizioni naturali, fisiche e chimiche, la zona geografica e il clima permettono la realizzazione di un vino specifico e identificabile mediante le caratteristiche uniche della propria territorialità». Ciò che, unito alla mano dell’uomo, si trasforma in genius loci. Poco più di 2500 abitanti, appena 300 ettari di vigneti, Mamoiada ha il record delle cantine che imbottigliano regolarmente con tanto di etichetta: attualmente sono 20, ma è un numero che cresce di anno in anno. Diciassette di queste si sono unite quattro anni fa in un’associazione, Mamojà, il cui fine è fare sistema e dare visibilità a una vocazione del territorio che vanta radici solide e secolari, quella dei vinzaresos, appunto i vignaioli, che hanno sempre prodotto un cannonau tra i più ricercati della Barbagia. Non esistono stime precise del valore commerciale di questo settore, ma alcuni numeri parlano da sé: le cantine più importanti, come le ormai storiche Sedilesu e Puggioni, viaggiano abitualmente oltre le centomila bottiglie l’anno. Ciascuna delle più piccole, annate permettendo (da dimenticare il 2018 che ha fatto calare la produzione del 70%), va in media dalle cinquemila alle diecimila bottiglie l’anno. Poi ci sono le visite legate al vino: a parte le Cortes Apertas, che qui si chiamano Tappas in Mamujada, che fanno arrivare in un solo weekend decine di migliaia di persone da tutta l’isola, cantine come Sedilesu, per fare un esempio, aprono ogni anno le porte ad almeno 25mila visitatori. Che uniti ai 30mila del Museo della maschere mediterranee fanno di Mamoiada una delle mete turistiche più gettonate della Barbagia.

Il ritorno

Tutto questo ha effetti concreti sull’economia del paese. Nel generale spopolamento delle zone interne, Mamoiada è l’unico centro della Barbagia dove i giovani scelgono di restare o di tornare, e non solo per nostalgia. È la new wave dei vinzaresos, la nuova onda di giovani di entrambi i sessi dai 25 ai 35 anni che in più di un caso hanno percorsi di studi completati sino alla laurea. In enologia, per esempio: qualche anno fa i tecnici le cantine dovevano andarseli a cercare lontano, oggi ce li hanno in casa: è il caso di Daniele Ballore, Simone Sedilesu, Marco Canneddu. Tutti hanno messo le proprie conoscenze al servizio delle cantine fondate dai genitori, e i risultati non si sono fatti attendere. Un discorso a parte merita l’unica, al momento, enologa donna con i natali a Mamoiada. Si chiama Federica Dessolis, ha 24 anni, e attualmente lavora nel paradiso dei viticoltori, la Francia: ha lasciato momentaneamente in stand by il cannonau per il borgogna, ed è stata assunta in un’azienda dell’onomima regione. Ma non c’è solo l’enologia tra le competenze dei protagonisti della new wave mamoiadina. Elisabetta Gungui è laureata in scienze della comunicazione e fa parte a pieno titolo dello staff dei Sedilesu. Da qualche tempo cura anche le pubbliche relazioni dell’associazione Mamojà, che il 21 giugno prossimo, sotto il patrocinio dell’amministrazione comunale, si presenterà ufficialmente alla stampa nazionale ed estera con il nuovo presidente Francesco Cadinu (anche lui produttore di un eccellente e ricercato cannonau).

Salotto buono

Poi ci sono quelli che sono tornati, o stanno per farlo. Tra questi ultimi merita la giusta attenzione Mauro Ladu, classe 1984. Ha trascorso gli ultimi anni come chef in numerosi ristoranti dopo un apprendistato da Andreini ad Alghero ai tempi della stella Michelin. Proprio con Cristiano Andreini è stato sous chef nel ristorante aperto per un paio d’anni a Mosca. A fine estate aprirà nel corso Vittorio Emanuele II, il salotto buono di Mamoiada, un ristorante basato sull’interpretazione dei piatti locali, con il cannonau come tema dominante. Nome provvisorio: Osteria del territorio. Il terroir, ancora. Pasquale Bonamici ha 36 anni, ha lavorato a lungo nei bar un po’ in giro per l’Italia. Nel 2014 ha preso in carico la vigna di famiglia e iniziato a produrre cannonau. Ne fa otto-diecimila bottiglie: la linea più pregiata e ricercata ha per nome Montanaru, ed è richiestissima in tutta l’isola. Una delle figure più interessanti e promettenti della new wave del cannonau è Luca Gungui. Laurea magistrale in scienza dell’amministrazione pubblica con 110 e lode, ha 34 anni e ha lavorato per il Comune di Milano e poi alla Regione a Cagliari per un totale di quattro anni. Proprio quando era a un passo dalla stabilizzazione ha ritenuto che la vita in ufficio non facesse per lui e ha deciso di tornare a Mamoiada. Lo ha fatto nel 2015, quando ha cominciato a occuparsi, assieme alla compagna Alessandra e con il sostegno dei genitori, della vigna di famiglia a Sas de Melas. È nato così Berteru, che in sardo significa veritiero, sincero. Nomen omen, è un cannonau volutamente in purezza (il disciplinare di produzione Doc, di manica larga, consente una percentuale minima dell’85). Dove altri scelgono la quantità, Luca ha preferito la qualità: seleziona l’uva migliore e la raccoglie quando il contenuto zuccherino non è eccessivo (20,5 gradi Babo). «Per gli anziani il vino buono era quello più alcolico, quello più corposo, che ti saziava. Anche adesso per molti è così. Io ho un’altra visione del Cannonau: eleganza, facilità di beva, piacevolezza, finezza». 

Visione alternativa

La sua è una visione alternativa, un po’ anarchica anche a Mamoiada, dove pure si assiste a un’evoluzione costante. E i risultati, con il 70 per cento di vini che vanno all’estero – Gran Bretagna, Svizzera, Austria, Belgio ma anche Canada e California – dove vengono venduti alla pari con i migliori rossi francesi, sembrano dargli ragione. Anche Luca da qualche tempo si occupa di enoturismo con la Tappa del vignaiolo. Poi, ultime non certo per importanza, ci sono le donne. La new wave del cannonau passa spesso per loro, e promette grandi cose. Grazia Canneddu affianca il fratello Marco e i genitori nella guida della cantina di famiglia; le tre sorelle Melis hanno dato vita al marchio Eminas (femmine, appunto) e producono un cannonau che sta facendo furore.

Imparare a crescere

Il dato che accomuna molti di questi giovani è che erano bambini quando a Mamoiada c’era la faida tra i Mele e i Cadinu, e la gente veniva uccisa letteralmente per strada. Alcuni di loro hanno persino assistito a delitti. Lo stesso sindaco Luciano Barone ha raccontato su queste pagine la catena di omicidi per faida che ha lambito anche la sua famiglia. «Sipuò imparare e crescere anche nelle situazioni più tragiche», ha detto. Nel caso di Mamoiada, favorendo paradossalmente «il percorso che oggi ci permette sotto certi aspetti di essere di esempio come paese ad altre realtà con storie completamente diverse dalla nostra», dice il sindaco.

Fonte: La Nuova Sardegna